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L’ombra del diavolo?

By on aprile 16, 2012

Tratto dal libro di Luca di Tolve

Ero gay a Medjugorje ho ritrovato me stesso (Piemme Edizioni)

Se l’Arte eleva lo Spirito, che spirito serve l’arte omosessuale?

L’opera del finlandese Touko Laaksonen – nome d’arte Tom of Finland – offre, forse involontariamente, lo spaccato più autentico della cultura gay affermatasi nel XX secolo. Nel corso di quattro decenni ha realizzato oltre 3.500 illustrazioni «omoerotiche», ritraendo uomini muscolosi dotati di improbabili peni di grosse dimensioni.

Queste immagini, che poi hanno dato vita a una scuola di pittura fiorente a San Francisco, costituiscono di per sé una fotografia eritiera di come ogni gay vive la propria omosessualità.

A dispetto delle accuse di omofobia, il primo nemico dell’identità omosessuale sembrerebbe il suo ego profondo – la coscienza? –, nel momento in cui coglie che l’impostazione della propria vita è «fallocentrica»; nel momento in cui si accorge che ogni desiderio di bene, di amore si è impantanato nella perversione.
Restando nel campo figurativo, il duo-artistico composto dal fotografo Jeff Eason e dal grafico digitale Troy Dunham hanno reinterpretato, in chiave omosessuale, il Judgement Day, il Giorno del Giudizio. Qui, la tragicità sofferta dei quadri di Tom lascia posto alla compassione complice per lo stato omosessuale.

L’opera è datata 2009 ed è stata esposta, a seguito di un sontuoso battage pubblicitario, alla mostra newyorkese OUTAuction, per cura della Glaad-The Gay & Lesbian Alliance Against Defamation, la più potente organizzazione internazionale per la promozione e tutela dei diritti degli omosessuali.

Con sguardo al classico Giudizio michelangiolesco della Cappella Sistina e subendo l’influenza di Paul Rubens, propone il momento in cui, alla fine del tempo, il Cristo-Dio si pronuncerà specificatamente sul mondo gay.

L’immagine colpisce perché riesce a coniugare alla perfezione l’aderenza al filone epico a cui si ricollega, rivisitandolo, al tempo stesso, in una chiave ironico denigratoria abilmente giocata sul filo della blasfemia.

Per rendere questo effetto si mescolano con sapienza stilistica elementi del passato – il cavaliere che porta lo scudo e lancia saette, le ali degli angeli, i perizomi del Signore e dei beati – a strutture dell’età contemporanea – i grattacieli che sembrano sul punto di sgretolarsi e di incombere sulla testa dei «dannati», il semaforo, la macchina fotografica – contribuendo efficacemente all’effetto straniamento.

Ma è nelle espressioni e nel tratteggio dei dannati omosessuali, mollemente avvinghiati fra loro, sebbene serrati fra le morse dei cani, ed è soprattutto nelle immagini umanizzate e despiritualizzate del Cristo e dei beati che l’immagine si àncora potentemente a terra, in un messaggio svuotato da ogni trascendenza.

Il cielo è abitato dagli eletti e dagli angeli avvolti in bianche vesti e ritratti su morbide nubi: queste figure evanescenti, apparentemente imperturbabili, ma in verità curiose, come dimostra il santo guardone con la fotocamera, rimandano agli uomini di Chiesa, pilateschi e, nel segreto, corrotti.

Ma è altrove che il quadro prende vita: al centro della scena si anima uno splendido Gesù, avvolto in un candido lenzuolo che, tuttavia, copre giust’appena le parti intime e sembrerebbe ormai sul punto di sfilarsi nel contatto tra il Figlio di Dio e la massa umana sotto ai suoi piedi.

Il Cristo non sembra qui elevarsi a giudice, piuttosto discendere uomo tra gli uomini, lasciando che il suo corpo e la sua carne si mischino con le debolezze del mondo, verso cui si rivolge la comprensione degli autori. Infatti, nel magma carnale degli omosessuali che occupano e attirano verso di sé l’intero universo, nell’esibizione di forza, di muscoli cosparsi di olio, non c’è disperazione, non c’è sudore, non c’è turbamento.

Coerente col mandato della Fondazione che l’ha promossa, quest’opera è un manifesto della propaganda omosessuale, che, nell’affrancarsi da ogni giudizio esterno, rivendica come i dolori del mondo – il tradimento, la malattia, la morte, simboleggiati dai cani – siano già una pena fin troppo gravosa e ingiusta da sopportare.

In quest’immagine potente, proprio per l’edulcurazione del dissolvimento dell’anima che ritrae, rivivo le sensazioni di brama cieca del mondo in cui vivevo.

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