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Gay dalla nascita? La scienza non lo prova

By on luglio 12, 2011

 

Omosessuali non si nasce. E neanche lo si diventa

Intervista alla prof. Giorgia Brambilla, docente della Facoltà di Bioetica al Regina Apostolorum, sugli aspetti scientifici e bioetici dell’omosessualità

Roma,  (Zenit.orgMaria Maset |

All’interno del Diploma di Perfezionamento in Bioetica, lo scorso sabato 29 novembre è stata aperta al pubblico la lezione sul tema “Teoria del Gender: storia e fondamenti”. Di seguito presentiamo un’intervista fatta alla prof.ssa Giorgia Brambilla, in occasione del suo intervento durante la seconda parte della lezione dedicata agli aspetti scientifici e bioetici dell’omosessualità.

***

Dalla differenza all’indifferentismo sessuale: quali sono le origini di questo dibattito?

Chi sostiene che non esista una vera differenza tra uomini e donne crede che il corpo è sì sessuato, ma questo non è determinante. Ciò che conta è come la persona si sente. E la differenza maschile/femminile sarebbe una differenza esclusivamente culturale, cioè gli uomini e le donne sono tali perché da bambini siamo stati educati così. Storicamente, vi è stata l’influenza di varie correnti. Per citarne alcune: il permissivismo edonista e il suo slogan “al sesso non si comanda!”; il pansessualismo di Freud che riconduceva le nevrosi e le sofferenze della personalità alle repressioni della sessualità; il rapporto Kinsey, secondo cui il sesso è un mero meccanismo legato a certi stimoli e dunque non ha senso dire in ambito sessuale che una cosa è sbagliata o che non è normale; la rivoluzione sessuale che ha portato a ridurre il sesso alla mera istintualità. Il filo conduttore consiste nell’idea che l’uomo debba essere liberato e che questo si possa fare attraverso la liberalizzazione del sesso.

Il neomarxismo poi, specialmente con Marcuse, ha esteso la liberazione alla sfera della eterosessualità, parlando di “libera scelta del sesso”. Quest’idea, insieme anche alla spinta ideologica di Simone de Beauvoir, è confluita nella costituzione dei cosiddetti “cinque generi”: maschile, femminile, omosessuale maschio, omosessuale femmina, transessuale. Il femminismo ha poi imposto l’idea che fosse proprio la differenza dei sessi a provocare l’inferiorità sociale della donna e che i ruoli dell’uomo e della donna, anche all’interno della famiglia – per nulla naturali ma solo culturalmente indotti – costituirebbero una grave ingiustizia. La vera conquista ideologica e sociale sarebbe il passaggio dal “sex” all’“unisex”. Ne fu emblema anche l’abbigliamento: jeans e maglietta vanno bene per tutti, maschi e femmine. Non ci sono punti fermi, non ci sono dati di natura, validi per l’uomo di ogni tempo e di ogni luogo. Panta rei, tutto scorre: siamo arrivati a capire che il pensiero multigender ha un’eredità gnostica ed è intriso di relativismo.

Si è sessuati per natura o per “cultura”?

Fin dal concepimento siamo maschi o femmine e dal sesso genetico si forma il sesso gonadico, ormonale e morfologici e nel tempo anche il sesso psichico coerentemente con il sesso fisico, se nulla interviene a modificare questo sviluppo naturale. La sessualità, l’essere uomini o donne, è una dimensione costitutiva della persona, è un suo modo di essere, di manifestarsi, di comunicare con gli altri, di sentire, di esprimere e di vivere l’amore umano. Ritenere che la corporeità non abbia un peso nella realizzazione piena della persona, fino ad affermare una sorta di neutralità sessuale dell’individuo, ci fa cadere in una visione dualistica e riduttivista del corpo e della persona. La differenza sessuale è originaria e – sebbene l’ambiente educativo abbia un peso – precede l’educazione stessa e gli influssi culturali e genitoriali. Basta studiare lo sviluppo neurofisiologico del bambino per rendersi conto che le attitudini genere-specifiche sono innate e non derivano dal tentativo di corrispondere ad un genere “pre-impostato”. Chiunque ha figli o lavora con i bambini sa che il bambino si comporta “da maschio” o “da femmina” prima ancora di riconoscersi in un genere. E questo è dovuto a delle differenze a livello biologico innate che segnano una strada preferenziale nello sviluppo. Resettare queste differenze, come si vorrebbe fare nelle scuole attraverso un’educazione sessuale che considera il bambino una specie di “tabula rasa” nei riguardi della propria identità sessuata, non può che andare a discapito del bambino stesso: questa è la vera violazione dei diritti dell’infanzia oltre che una prepotente manipolazione dell’armonico sviluppo del bambino.

Alla luce di tutto questo, dove e come collocare l’omosessualità all’interno del quadro della sessualità umana?

Le affermazioni “quest’uomo è omosessuale”o “questa donna è lesbica” danno l’idea che la persona in questione appartenga a una variante della specie umana, diversa dalla variante eterosessuale. Le conoscenze di cui disponiamo ci indicano che le persone con inclinazioni omosessuali sono nate con la stessa dotazione fisica e psichica di chiunque altro e che omosessuali non si nasceE neanche lo si diventa. Nelle mie lezioni insisto molto su questo aspetto. Semmai si può parlare di persone, uomini o donne, che hanno – a seconda dell’intensità – sensazioni, tendenze e/o comportamenti omosessuali. Sul piano epistemologico, infatti, non è possibile parlare delle diversità sessuali, ma solo della diversità sessuale, perché la diversità sessuale è una sola ed è irriducibile: quella tra uomo e donna. Sebbene, in maniera ciclica, spuntino sui giornali notizie, come in questi giorni, su basi genetiche dell’omosessualità, andando a fondo si comprende facilmente la realtà dei fatti: l’uomo e la donna con tendenze omosessuali sono un uomo o una donna per determinazione genetica e hanno tendenze omosessuali per acquisizione. Per van den Aardweg il fattore determinante per lo sviluppo dell’omosessualità è rappresentato dal rapporto intessuto con i propri simili all’inizio dell’età adolescenziale, rapporto che rappresenta una componente decisiva nello sviluppo della personalità, e cioè la visione che l’adolescente ha di sé come maschio o come femmina.

Una cattiva integrazione nel gruppo dei coetanei dello stesso sesso e un senso profondo di esclusione farebbero maturare nell’individuo frustrazione e quindi un complesso d’inferiorità quanto alla propria mascolinità o femminilità. Una realtà che, ci tengo a precisarlo, nasce dall’intimo della persona e non dall’esterno quasi fosse causata da esclusione o denigrazione. Gli atti discriminatori – che laddove ci fossero sono da considerare sempre e in ogni luogo deplorevoli – in realtà non causano questo complesso e vanno considerati in quanto tali. Invece, tale è la confusione nel dibattito, che siamo arrivati al punto che chiunque osi mettere in discussione slogan, proposte di legge, o proposte didattiche su questo argomento è messo a tacere a volte in termini ideologici, a volte con mezzi più meno intellettuali (basti pensare a quanto subiscono regolarmente le Sentinelle in Piedi o al linciaggio mediatico di questi giorni di alcuni insegnanti di Liceo), il tutto intriso di inestinguibile vittimismo dei militanti gay.

Che peso può avere sull’identità sessuata il rapporto con i genitori?

Oltre a quanto spiegato, mi permetto di aggiungere un fattore antecedente, quasi una “preomosessualità” che dipende dai genitori e, in particolare dal genitore dello stesso sesso secondo tre aspetti. Il primo riguarda la presenza della differenza. Ognuno di noi costruisce la propria personalità confrontandosi con identità e differenza. Da un lato il bambino comprende se stesso imitando il genitore dello stesso sesso, dall’altro osservando quello del sesso opposto. E questo avviene non solo a livello cognitivo, ma prima di tutto emotivo e affettivo: vedo e “sento” che mamma mi parla, mi coccola, gioca con me in un modo diverso da come lo fa papà e anche che mamma e papà si relazionano alle stesse persone, per esempio agli amici, in modi diversi. E non solo perché hanno caratteri diversi; perché noto che il modo di fare della mamma è molto più simile a quello della maestra piuttosto che a quello del nonno o dello zio. L’assenza di un genitore o la mancanza della diversità (come nel caso della “omogenitorialità”) ha dunque delle conseguenze, come spiegato da ampia letteratura sull’argomento.

Il secondo punto riguarda le abilità sociali. Saper giocare come giocano i coetanei dello stesso sesso aiuta ad apprendere le modalità relazionali tipiche dei pari e ad essere “riconosciuti” dai bambini dello stesso sesso. E il tutto avviene nella piena spontaneità. È esperienza comune arrivare in una classe della scuola dell’infanzia e trovare i bimbi che giocano divisi tra maschi e femmine. E questo non perché una “maestra omofoba” glielo ha imposto, ma semplicemente perché maschi e femmine hanno attitudini al gioco differenti. Si ricordi il flop dei vari esperimenti delle “Gender theories” di dare il camion alle bambine e le bambole ai bambini. Risultato? Le bambine giocavano con i camion a “mamma-camion” che cambia il pannolino a “baby-camion” e i maschi prendevano a “sbambolettate” i compagni. Dunque, il genitore giocando col bambino lo aiuta ad interagire con disinvoltura con i bambini dello stesso sesso, evitando quel complesso d’inferiorità che si genera in adolescenza che secondo vari studiosi sarebbe proprio alla base della genesi delle sensazioni omosessuali. Quest’ultime partono da una idealizzazione dei tratti riconosciuti come non propri degli individui dello stesso sesso fino all’attrazione erotica verso di essi.

Il terzo riguarda i genitori come coppia che si ama nel rispetto sereno e gioioso dei ruoli. Ruoli, tutt’altro che artificiali o svilenti – e meno che mai imposti! – che ancora una volta sono manifestazione naturale della propria indole di maschio o femmina nel rapporto con se stessi e con il mondo e mezzo per amarsi profondamente nell’accoglienza reciproca, proprio quella che non si spiega a parole ma che costituisce l’habitat in cui i figli sono immersi – mi passi il linguaggio – come dei pesci in un acquario. Diverse scuole di psicanalisi sottolineano, in merito alle principali cause riscontrabili all’origine dell’omosessualità il tema del padre assente. “Assente” è da intendersi non propriamente nel senso fisico di non presente, quanto piuttosto estromesso, il più delle volte dalla moglie, dalla vita familiare, espropriato del suo ruolo di capo forte e premuroso. Oppure denigrato o umiliato a parole o nei fatti dalla moglie stessa, spesso di fronte ai figli. E la “madre-tipo” che emerge è quella prevaricatrice nei confronti del marito, molto ansiosa e preoccupata, spesso dominatrice ma senz’altro molto insicura, proprio perché priva di qualcuno, un uomo, che la guidi e la sostenga.

Giorgia Brambilla è professore aggregato della Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum 

NOTE

Il Diploma di perfezionamento in Bioetica dura due semestri (una annualità), al termine dei quali viene rilasciato il titolo. Le lezioni sono tutte trasmesse, in modalità interattiva, dal Centro di Formazione a Distanza dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum. Questo diploma è indirizzato a tutti quelli che intendono in futuro inserire nella loro attività professionale e lavorativa una maggiore consapevolezza delle questioni bioetiche: sacerdoti, religiose e religiosi, studenti ecclesiastici, giuristi, medici e personale sanitario, insegnanti di religione, catechisti ed altri agenti di pastorale e volontari impegnati nella difesa della vita. Per informazioni info.bioetica@upra.org

Fonte:

http://www.zenit.org/it/articles/omosessuali-non-si-nasce-e-neanche-lo-si-diventa

Esiste davvero il “cervello gay”?

Calendar 26 luglio, 2012

 

di Alberto Carrara*
*biotecnologo e neuroeticista

 

La giornalista Ann Landers, anni fa, lo assicurava e milioni di persone ci hanno creduto e continuano ad aver fede nelle certezza che: “si nasce gay”[1]. Ci chiediamo allora: vi sono dati empirici che la scienza possa fornire per dimostrare in modo apodittico tale affermazione? In sintesi: omosessuale si nasce o si diventa?

Questo studio riassuntivo vuole confrontare nel modo più obiettivo possibile i dati che la neuroscienza e la genetica forniscono sul questa tematica. Mi concentrerò prevalentemente sulla prima parte dell’ultima domanda: “omosessuale si nasce?”. Prima di trattare l’enigma se l’omosessualità sia una condizione determinata da fattori biologici, cioè, se sia una situazione compatibile con ciò che si suol denominare“normale” all’ interno della stessa natura umana, bisogna premettere alcune distinzioni e chiarimenti utili.

Bisogna precisare che: una cosa è “sentire” una tendenza, altra cosa è “acconsentire” e assecondare tale tendenza mediante atti umani deliberati. Tutti gli studi scientifici condotti in materia di omosessualità per provare se tale condizione fosse determinata da fattori biologici e neurologici, hanno coinvolto persone che si definiscono “gay”, cioè individui che oltre a percepire una tendenza sessuale verso persone dello stesso sesso biologico, praticano atti omosessuali. In questo studio verrà presa in considerazione la tesi secondo la quale l’omosessualità praticata risulterebbe qualcosa di “normale e naturale” dato che corrisponderebbe a specifici fattori genetici e a particolari conformazioni della struttura del sistema nervoso, in particolare, del cervello. I dati empirici che verranno presentati, serviranno per verificare la veridicità di questo nuovo ambito del determinismo neuroscientifico che comprende la sfera dell’orientamento della sessualità umana.

“Il sistema nervoso, quale centro d’integrazione della vita istintiva, come pure del mondo emotivo ed affettivo, ha molto a che vedere con la sessualità e considerando il fatto che il comportamento sessuale dell’uomo e della donna sono distinti, bisogna supporre a priori che i centri nervosi sessuali presentano differenze in entrambi i sessi”, in questo modo formulava il problema un esperto[2]. Nel 1978 quattro scienziati del Dipartimento di Anatomia dell’Istituto di Ricerca sul Cervello dell’Università della California (USA), pubblicarono un articolo sulla prestigiosa rivista Brain Research nel quale veniva descritta una chiara diversità morfologica tra i due sessi, maschile e femminile, a livello cerebrale[3]. Questo fu uno dei primi lavori che volevano dimostrare scientificamente il dimorfismo sessuale localizzandolo a livello dei centri nervosi. I ricercatori affermarono di aver evidenziato il fatto che uno dei nuclei ipotalamici anteriori presentava, nel ratto, un volume maggiore nei maschi, rispetto alle femmine.

Simon LeVay, neuroscienziato del Salk Institute for Biological di San Diego (uno degli attivisti gay più famosi della California), pensò subito che questo dimorfismo sessuale potesse darsi anche nella specie umana e, nello specifico, nei maschi eterosessuali ed omosessuali. Così, nel 1991 pubblicò sulla prestigiosa rivista scientifica Science uno studio in cui si provava effettivamente che anche negli esseri umani, negli uomini, si manifestava lo stesso dimorfismo sessuale dimostrato nei ratti in modo tale che il nucleo 3 dell’ipotalamo anteriore aveva un’area quasi doppia nei maschi, rispetto alle femmine[4]. Nello stesso studio LeVay ricercò le dimensioni di questo nucleo in un gruppo di 27 gay deceduti a causa dell’AIDS. La sua conclusione fu che in questi soggetti l’area risultava essere minore (in volume) rispetto agli eterosessuali e appariva, sempre secondo LeVay, simile alle dimensioni dello stesso nucleo ipotalamico delle donne. LeVay affermò quanto segue: “questi risultati indicano che il nucleo ricercato presenta un dimorfismo in relazione all’ orientamento sessuale, almeno negli uomini e suggerisce che l’orientamento sessuale abbia un sostrato biologico”.

Dal semplice suggerimento si passò presto a dichiarare il fatto: “l’omosessualità ha una base biologica”! Questi risultati vennero lanciati e propagandati dai gay e dalla stampa senza alcuna distinzione e con titoli clamorosi come il seguente: “LeVay e il suo gruppo hanno dimostrato la base neurologica della gaycità”. Queste interpretazioni, decisamente di parte e non prive di pregiudizi, dei risultati e la scarsa significatività statistica dei valori riportati dallo stesso LeVay, furono sufficienti per stimolare parte della comunità scientifica che rispose con una serie di articoli critici[5]. Effettivamente numerosi neuroscienziati non si spiegavano come LeVay, noto e rispettato ricercatore, avesse potuto pubblicare un lavoro del genere con una base scientifica così patentemente insufficiente per sostenere le conclusioni addotte. Il numero di casi studiati da LeVay, considerando la dispersione dei valori statistici ottenuti, era insufficiente a concludere qualsiasi cosa. In realtà, il nucleo ipotalamico in questione presentava in alcuni soggetti gay un’area simile in volume a quella di soggetti eterosessuali e, al contrario, in certi eterosessuali il volume dello stesso nucleo risultava poco più grande di quello delle donne. Si potrebbe anche ribattere che, mentre LeVay misurava le dimensioni del nucleo come elemento discriminativo, in realtà sarebbe stato meglio, cioè sarebbe risultato più specifico considerare il numero di neuroni o la cariometria.

Swaab e Hofman affermarono in modo chiaro e lampante che le osservazioni di LeVay non erano state ancora confermate, né risultava chiara il loro ruolo funzionale[6]. Così LeVay si vide obbligato a spiegare alla comunità scientifica che ciò che pubblicò corrispondeva solamente ad una piccola parte, ad uno studio iniziale che sarebbe proseguito nel tempo. Beh, sono trascorsi più di 10 anni da questa affermazione e la comunità scientifica sta ancora aspettando con ansia lo studio completo. Dopo due anni dall’ intento fallito del dottor LeVay, che voleva dimostrare la base neurologica della “gaycità”, un altro dottore, Dean Hamer rese noto al pubblico i risultati della sua ricerca sul presunto gene responsabile dell’orientamento sessuale gay. Questi risultati furono ovviamente ripresi da LeVay che nel 1993 pubblicò un libro dal titolo emblemetico: “Il cervello sessuale”[7].

Dean H. Hamer, genetista dell’ Isistuto Nazionale del Cancro negli Stati Uniti e, tra l’altro noto gay, affermò di aver trovato finalmente un gene localizzato sul cromosoma X, che avrebbe potuto essere ilresponsabile dell’omosossualità. Prima di pubblicare questo suo lavoro, Hamer iniziò a indagare il possibile carattere ereditario di questo orientamento sessuale. Studiando un’ampia popolazione, osservò che nelle famiglie in cui si avevano più di un figlio omosessuali, un numero significativo di zii della linea materna avevano anch’essi più di un figlio omosessuale. Ciò non avveniva con la stessa frequanza nella linea paterna. Questo fece pensare a Hamer che doveva esserci un gene localizzato sul cromosoma X che poteva essere “imputato” della tendenza omosessuale. Prendendo le mosse da questa ipotesi di lavoro, lo scienziato americano ricercò sul cromosoma X un gene o marcatore che presentasse qualche variante significativa correlata all’ eterosessualità. Questa variante esiste, secondo Hamer, e si trova (in 33 casi su 40, dei soggetti reclutati da Hamer) nel marcatore denominato q28 che Hamer “ribattezzò” gene Xq28 affermando: “abbiamo dimostrato che una forma di omosessualità nei maschi si trasmette in modo preferenziale per via materna ed è legata geneticamente alla regione q28 del cromosoma X”[8].

Nel 1995 il gruppo di ricerca di Hamer pubblicò un nuovo studio similare sulla prestigiosa rivista Nature Genetics[9]. Per l’ennesima volta la stampa divulgò la notizia “scoop” come avvenne in precedenza con le ricerche infondate di LeVay. Nonostante ciò, all’ interno della comunità scientifica, questi risultati non furono recepiti con lo stesso entusiasmo delle comunità ed associazioni gay, anzi, un clima discetticismo pervase numerosi studiosi e scienziati seri. In effetti, diversi scienziati, tra i quali spiccanoGeorge Rice, Carol Anderson e George Ebers della Western University (Ontario, Canada) e Neil Risch dell’Università di Stanfordcercarono di replicare lo studio di Hamer, cosa ovvia e abbastanza scontata per gli scienziati che ci seguono (la scienza positiva funziona così da secoli). I loro risultati vennero pubblicati 6 anni più tardi rispetto al lavoro di Hamer, sulla rivista Science, la stessa in cui, precedentemente Hamer aveva esposto le sue considerazioni scientifiche circa l’orientamento sessuale. La ricerca di questo gruppo di scienziati incluse un numero maggiore di coppie di fratelli omosessuali rispetto al campione considerato da Hamer (52 coppie, contro le 40 di Hamer). Le conclusioni però furono opposte: i risultati ottenuti non permettevano di concludere, dal punto di vista della significatività statistica, che tra gay si desse l’alterazione allelica indicata da Hamer. Questi autori concludevano il loro studio con queste parole: “questi risultati non supportano l’esistenza di un gene localizzato sul cromosoma X responsabile dell’omosessualità”[10]. Lo stesso Hamer dovette perciò smorzare le sue conclusioni iniziali.

Nello stesso anno in cui comparve il primo lavoro di Hamer sull’ argomento (1993), William Byne e Bruce Parsons della Columbia University pubblicarono uno studio critico dei risultati dello stesso Hamer. Per Byne e Parsons, la ricerca e le conclusioni del lavoro di Hamer suscitavano numerosi sospetti, specialmente di manipolazione. Questi due scienziati affermarono che “oggigiorno non ci sono evidenze scientifiche che supportino una teoria biologica dell’omosessualità”[11].

Tale tendenza di alcune correnti gay di ricercare in modo sfrenato una giustificazione scientifica, sia biologica, come neurologica, dell’orientamento sessuale e dell’omosessualità, è stata messa in discussione e criticata dagli stessi omosessuali. Edward Stein, infatti, manifestó pubblicamente la sua sfiducia nei confronti di una ricerca smaniosa della base biológica dell’omosessualità che, dopo tutto, conduceva molti ricercatori gay a forzare le interpretazioni dei risultati ottenuti dalle loro ricerche[12]. Le ricerche di LeVay e di Hamer sono certamente tra le più famose e citate. Ci sono però altri filoni che considerano: il diametro della commissura anteriore del cervello, le impronte dattilari, la lunghezza dell’indice della mano e la sequenza di nascita. Tutte queste ricerche hanno in comune il fatto che considerano caratteristiche biologiche che insorgono prima della nascita, cioè che si vanno determinando durante lo sviluppo embrionale. Ciò dovrebbe portare alla dimostrazione, come sostengono ancora alcuni scienziati, che l’orientamento sessuale (omosessualità inclusa) venga determinato prima della nascita. Insomma, che sia un dato di natura: si nascerebbe con una certo e determinato orientamento sessuale. Questi studi, pubblicati su riviste scientifiche prestigiose, costituiscono un’ulteriore prova in favore del grande interesse, da parte di numerosi omosessuali, nel dimostrare che tale orientamento sessuale sia un qualcosa di biologico e congenito, in modo tale che qualsiasi tipologia di “discriminazione” risulti vessatoria e “omofoba”.

Recentemente sulla rivista Neuroscientist la scienziata cinese Ai-Min Bao e il ricercatore landese Dick F. Swaab hanno pubblicato un articolo nel quale si afferma un determinismo stretto, genetico, nei confronti dello sviluppo dell’orientamento sessuale umano. Tali scienziati affermano che “allo stato attuale, non vi sono prove che l’ambiente sociale post-natale abbia un effetto cruciale sull’ identità di genere o nell’ orientamento sessuale”[13]. Tali affermazioni, capovolgendo completamente la logica della scienza empirica, dimostrano l’ incongruenza di pensiero che si nasconde dietro un’ideologica che viene spacciata per scienza seria. Questi ricercatori sembra che si siano dimenticati completamente, per un’amnesia, che le evidenze attuali seguono una tendenza opposta alla loro visione: sempre più i biologi molecolari stanno prendendo coscienza del fatto che i geni (meglio bisogna dire, le varianti alleliche dei geni) cooperano strettamente con l’ambiente circostante. L’importanza dei fattori cosiddetti epigenetici risulta cruciale e permette all’ essere umano di “sfuggire” allo stretto determinismo biologico e neuroscientifico.

Al concludere questo studio sintetico di analisi eravamo partiti dal voler dimostrare la domanda:“omosessuali si nasce?”. Bisogna perciò affermare che oggigiorno non possediamo alcuna prova neuroscientifica, né genetica, che possa sostenere in modo credibile e scientifico la pretesa che l’omosessualità sia uno stato naturale dell’essere umano, al contrario, come si è cercato di dimostrare in questo breve contesto, esistono numerosi studi condotti sull’ argomento dell’orientamento sessuale umano e vi sono abbondanti evidenze empiriche che negano l’esistenza di basi genetiche e neurologiche causali responsabili della cosiddetta “gaycità”. Non esiste neppure, il celebre “cervello gay” postulato da LeVay. Tutto ciò non esclude affatto che possano esserci fattori biologici, genetici e neurologici che possano fungere da cofattori che, insieme a molti altri di diverso genere, possano contribuire, anche in maniera sensibile, allo sviluppo di un certo orientamento sessuale. Ciò che sembra abbastanza chiaro è che, nel contesto dell’omosessualità, non ci troviamo davanti ad un determinismo neuroscientifico, piuttosto si dovrebbe parlare di condizionamento psicologico e, molto probabilmente, sociologico.

 

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Note
[1]. Cf. J. Reisman, Kinsey and the homosexual revolution, «Journal of Human Sexuality» 21, 1996, pp. 24-31.
[2]. L. M. Gonzalo Sanz, Entre libertad y determinismo. Genes, cerebro y ambiente en la conducta humana, Ediciones Cristiandad, Madrid 2007, p. 96.
[3]. R. A. Gorski, J. H. Gordon, J. E. Shryne, A. M. Southam, Evidence for a morphological sex difference within the medial preoptic area of the rat brain, «Brain Research» 148, 1978, pp. 333-346.
[4]. S. LeVay, A difference in hypothalamic structure between heterosexsual and homosexual men, «Science» 253, 1991, pp. 1034-1037.
[5]. D. F. Swaab, M. A. Hofman, Sexual differentiation of the human hypothalamus in relation to gender and sexual orientation, «Trends Neuroscience» 18, 1995, pp. 264-270.
[6]Ibid.
[7]. S. LeVay, The sexual Brain, MIT Press, Cambridge, Massachusetts 1993.
[8]. D. H. Hamer, et al.A linkage between DNA markers on the X chromosome and male sexual orientation, «Science» 261, 1993, pp. 321-327.
[9]. S. Hu, A. M. Pattatucci, C. Patterson, L. Li, D.W. Fulker, S. S. Cherny, L. Kruglyak, D. H. Hamer, Linkage between sexual orientation and chromosome Xq28 in males but not in females, «Nature Genetics» 11,1995, pp. 248-256.
[10]. G. Rice, et al.Male Homosexuality: Absence of Linkage to Microsatellite Markers at Xq28, «Science» 23, 1999, pp. 665-667.
[11]. W. Byne, B. Parsons, Human sexual orientation, «Arch Gen Psychiatry» 50, 1993, pp. 228-239.
[12]. L. M. Gonzalo Sanz, Entre libertad y determinismo…, p. 100.
[13]. A-M. Bao, D. F. Swaab, Sex Differences in the Brain, Behavior, and Neuropsychiatric Disorders, «Neuroscientist» 16, 2010, pp

 

omosex campagna toscana«L’orientamento sessuale non è una scelta».

È la tesi dell’ormai noto manifesto della Regione Toscana, in cui è fotografato un neonato. Abbiamo consultato al riguardo Roberto Marchesini, psicologo e psicoterapeuta, che collabora con un gruppo che si chiama Chaire (www.obiettivo-chaire.it/), che sostiene persone con tendenze omosessuali indesiderate. Secondo Marchesini «questa tesi non ha nessun fondamento scientifico». È vero, ci sono ricercatori, essi stessi spesso gay, che hanno tentato di dimostrare l’origine biologica dell’omosessualità. Tuttavia, «nessuno di essi è riuscito a dimostrare alcunché». Anzi, «le ricerche di Bailey sui gemelli sono un indizio a favore dell’origine ambientale dell’omosessualità, e tale teoria ha il sostegno di ricerche più rigorose, ad esempio quella di Bieber del 1962». Nel primo studio di Bailey, infatti, due gemelli identici erano entrambi omosessuali solo nel 52% dei casi; dato che i gemelli identici condividono il 100% dei geni, se la causa dell’omosessualità di questi gemelli fosse stata genetica, essendo uno dei due omosessuale, avrebbe dovuto esserlo anche l’altro nel 100% dei casi, e non solo nel 52% dei casi. Inoltre, quando Bailey replicò il suo studio nel 2000 (poiché il primo studio si basava su soggetti che non erano stati scelti a caso, ma erano volontari della comunità gay), la concordanza fu molto più bassa: dal 52 al 37,5%.

Insomma, per Marchesini, «lo slogan di questo manifesto ha lo stesso fine delle campagne per le unioni omosessuali: non vuole rispondere a una domanda (i registri delle unioni omosessuali sono quasi vuoti), bensì equiparare le unioni omosessuali a quelle eterosessuali, l’omosessualità all’eterosessualità». Marchesini dice che lo scopo di Chaire «è offrire maggiore libertà alle persone con tendenze omosessuali indesiderate, le cui idee e valori, a volte, non concordano con lo stile di vita gay». Infatti, aggiunge, «è importante distinguere: il termine ‘omosessuale’ designa la persona con tendenze omosessuali, mentre il termine ‘gay’ indica un’identità socio-politica, rappresentata da una minoranza, che si riconosce in uno stile di vita, istanze e rivendicazioni».

Molti potrebbero dubitare che si possa uscire dall’omosessualità, ma Marchesini garantisce: «ci sono, e purtroppo, vengono trattati malissimo. Alcuni ex omosessuali che conosco sono stati derisi dal Corriere e in televisione (a ‘Il bivio’) o aggrediti su Radio 24 ». Di più, «gli stessi gay li trattano come dei poveri dementi a cui è stato fatto un lavaggio del cervello». A chi insinua questo, Marchesini replica che «la proposta di Chaire non si rivolge ai gay soddisfatti, ma alle persone con tendenze omosessuali non desiderate, che non si riconoscono come gay, e che vivono nella sofferenza e nel nascondimento». Insomma, «si tratta di una proposta, mai di un’imposizione, una risposta a una libera domanda. Se una persona desidera fare questo percorso è giusto che possa intraprenderlo; impedirglielo sarebbe discriminante».

Giacomo Samek Lodovici
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One Comment

  1. Mr WordPress

    12 luglio 2011 at 05:32

    Salve, questo è un commento.
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